Incipit

 

I

 

 Apamea, 191 a.C.

  

Tre giorni erano trascorsi dal ritorno del Re ad Apamea senza che Annibale avesse sollecitato udienza.

Al tempio e in Consiglio Antioco si era sentito addosso lo sguardo del vecchio generale, e si augurava di aver saputo dissimulare il suo fastidio.

Annibale non sembrava ansioso di offrirgli il destro di accertarsene e Antioco era troppo risentito con gli dei e con sé stesso per voler ammettere di avere avuto torto davanti al Consiglio riunito o in mezzo ad uno stuolo di cortigiani.

Il Re attese per tre giorni e poi, nel pomeriggio del quarto, congedati consiglieri e postulanti, rese al generale una di quelle visite che comportavano l’uso di una porta segreta, un mantello col cappuccio e la compagnia di uno schiavo fidato. Tutto sarebbe stato più agevole se Annibale non si fosse ostinato ad abitare, anziché a Palazzo come avrebbe potuto, in una casa di pietra bianca lontana dalla Via delle Colonne, in una zona che occorreva raggiungere a piedi.

Fu un sollievo lasciarsi alle spalle i mercati assolati e brulicanti e raggiungere la strada silenziosa dietro la dimora di Annibale.

Lo schiavo batté tre colpi alla porta e il battente venne aperto da uno di quegli uomini scuri e induriti che servivano l’esule, vecchi soldati o vecchi pirati. Il servo, col pugnale lungo alla cintura, s’inchinò in silenzio e fece strada all’ospite all’ombra del loggiato a colonne intorno al giardino.

Più che nella dimora di un consigliere reale, pareva di entrare in una casa che, svuotata dai suoi padroni fuggitivi, ospitasse un acquartieramento militare di una notte, nient’altro che una tappa sulla via della battaglia.

Quel pomeriggio, per la prima volta, il Re ne ebbe fastidio. All’improvviso, quella casa malabitata lo colpiva come un insulto alla sua ospitalità, e un affronto ancor peggiore era che Annibale non si fosse affrettato sulla soglia ad accoglierlo di persona. Non lo aveva mai fatto, perché Antioco stesso lo aveva dispensato anni prima e perché la noncuranza era l’affettazione prediletta del vecchio generale, ma era difficile credere che Annibale non cogliesse la differenza tra valersi del privilegio con il Gran Re e fare lo stesso con lo sconfitto delle Termopili.

Antioco il Grande, Re di Siria, terzo del suo nome, era indispettito quando il servo aprì per lui la porta della stanza di Annibale e si ritirò con il suo mantello piegato sul braccio.

Annibale sedeva al suo tavolo presso la finestra, chino su un foglio di papiro. Si girò sulla sedia e posò lo stilo all’aprirsi della porta, e rimase così un istante, seduto con la luce del pomeriggio alle spalle e il braccio sullo schienale, poi si alzò.

– Entra, signore, –disse in greco, chinando appena la testa senza abbassare lo sguardo.- Sei il benvenuto in questa casa.

Antioco avanzò di un passo soltanto. L’esule non lo chiamava mai “mio Re”, non s’inchinava alla maniera asiatica e diceva questa casa, non la mia casa o, come avrebbe fatto un adulatore, la tua. C’era stato un tempo in cui il Re aveva ammirato Annibale per quelle maniere che, quel giorno, pungevano come tante trafitture di spillo.

Antioco non rispose e mosse un altro passo, uno solo, perché al centro della stanza c’era Annibale, stagliato contro la luce così che il Re non poteva vederlo bene in volto, con il cuore in tumulto, squassato dalla speranza bruciante che lo smacco spingesse il Re ad affidarsi a lui.

Finalmente il Cartaginese si scostò di un passo, accennando ad un altro sedile.

– Siederai con me, Signore? –invitò.

Il re seguitò a scrutare il volto bruno e segnato dell’esule, la bocca serrata e l’unico occhio nerissimo, cercandovi lo scherno che non c’era, poi si diresse verso la finestra, ma senza sedersi.

Girò uno sguardo corrucciato sulla stanza, l’unico luogo in quella casa che lasciasse supporre un abitante. Pochi mobili di legno di cedro, qualche tappeto siriano alle pareti, rotoli di papiro negli scaffali, qualche vetro di Tiro, una coppa d’avorio intagliato per gli stili sul tavolo, una statuetta d’alabastro, col panneggio che pareva agitato dal vento. Nient’altro, e quel poco per lo più comprato in Siria. Antioco sapeva che ad Annibale nulla era rimasto attraverso le sue peregrinazioni.

A un tratto il Re si girò a fronteggiare l’esule.

– Perché non venire a dirmi che avevi ragione? –domandò bruscamente.

Annibale non fece altro che incrociare le braccia sul petto.

– Perché lo sai da te, Signore, –rispose a bassa voce.

Antioco ebbe un moto d’impazienza che fece scintillare nel sole la seta purpurea e i fili d’oro della sua fusciacca. 

– Chiunque altro si sarebbe affrettato alla mia presenza, -sibilò- a ricordarmi che lo aveva detto.

– Io non sono chiunque altro, –replicò Annibale.

Il Re di Siria gettò indietro il capo come per osservare meglio l’uomo che osava dargli una simile risposta e sollevò un sopracciglio.

Annibale attese, osservando il dispetto e l’impaccio oscurare la fronte del Re e compiacendosene. Disprezzava un poco quelle tele di ragno su cui fondava le sue speranze, ma le speranze erano come quelle  capre di montagna che aveva cacciato in Iberia, capaci di camminare dove non c’è appiglio. Così seguitò a fissare l’occhio in quelli incupiti di Antioco, attendendo, finché il Re non distolse lo sguardo con un cenno che poteva essere di assenso o dileggio, e si allontanò dalla finestra.

Annibale lo osservò muovere qualche passo nervoso attraverso la stanza, fermarsi presso il tavolo, giocherellare con gli stili nella coppa d’avorio.

Ora forse il Re avrebbe affidato le sue truppe all’unico uomo che sapesse davvero che cosa farne contro Roma… l’immaginazione di Annibale galoppò avanti, spiegando truppe, riarmando navi, eludendo i cavilli di ambasciatori togati, stringendo alleanze, muovendo battaglia in Asia, in Grecia.

Il generale non teneva più il conto di quante volte avesse costruito così nella sua mente la guerra perfetta, e quante volte il capriccio del caso e l’ottusità degli uomini avessero mandato in cenere ogni cosa. E sempre aveva creduto di non doversi illudere mai più, e sempre era tornato ad illudersi.

– E ammettendo che tu non sia chiunque altro, -riprese il Re senza voltarsi, gli occhi fissi sulle punte degli stili nella coppa- Ammettendo che tu avessi ragione fin dal principio…

Antioco si fermò, irresoluto. Sentiva la futilità del suo dispetto, rimpiangeva di essere venuto e si risentiva di quella che gli pareva l’arroganza dell’altro. 

Annibale guardava l’uomo da cui tutto dipendeva. Un satrapo d’Asia gonfio di corruccio, provvisto dell’oro, degli uomini e delle navi e, ciò che era più raro, di una mente acuta quanto bastava, e però facile a lasciarsi sviare dai sussurri di troppi consiglieri.

Annibale taceva ancora, con il cuore gonfio delle ombre di tante altre ore come quella. Era crudele che gli anni gli avessero insegnato a riconoscere l’illusione, ma non a sottrarvisi.

Antioco poggiò entrambe le mani sul tavolo davanti a sé.

– Dì quel che hai da dire, Generale. –il tono era d’ordine e di concessione insieme.

Annibale avvertì un’esultanza agra come un fiotto di bile, e abbassò la palpebra per celarlo, benché l’altro gli desse le spalle.

– Tu mi hai cercato, Signore, –replicò piano.

Il Re serrò i pugni sul tavolo, gualcendo l’orlo del foglio di papiro che vi si trovava. Avrebbe perdonato ad Annibale qualsiasi cosa, ma quella freddezza spassionata gli suscitava l’istinto di scalfire l’impassibilità dell’altro, non importava come. Un’avversione radicata per i gesti meschini gli avrebbe fatto ingoiare le parole rancorose se, proprio nell’abbassare lo sguardo, non si fosse trovato tra le dita l’arma per ferire.

– Perché disegni Cartagine? –domandò, fissando le linee che Annibale aveva tracciato sul papiro.

– Non è Cartagine. –replicò il generale nel suo tono più incolore.

– No? –insisté il Re, seguendo con la punta del dito le linee brune- Una baia, un porto doppio, qui il mercato, là il palazzo del consiglio…

Annibale si avvicinò al tavolo, raccolse il papiro e cominciò ad arrotolarlo.

– E’ solo una città… -invece di terminare, accennò un gesto vago con la mano.

– Una città. –Antioco piegò la bocca in un piccolo sorriso acre- Dimenticavo che ora disegni città… tu, che un tempo le radevi al suolo. E in tutte le tue città progetti un porto doppio? Non dovresti, Generale, se non vuoi che si pensi che hai delle mire. Una spia potrebbe crederti preso da altro che l’architettura, e io stesso potrei pensare altrimenti, anche se tu dici che quella non è Cartagine. E’ il rimpianto a dettare al tuo stilo, Generale? O è il rancore?

Annibale aggrottò la fronte: si era aspettato di giocare una partita d’astuzia, aveva previsto che il risentimento avrebbe reso il Re caparbio oppure irresoluto, ma non sapeva che fare di un uomo tanto fuori di sé.

– Vuoi tornare a Cartagine con le armi siriane? –incalzò Antioco, voltandosi finalmente, così da offrire ad Annibale la visione di occhi ostili in un viso segnato di venuzze livide e solcato di rughe attorno alla bocca.- Non sarebbe la prima volta che trami così, lo sappiamo bene tutti e due! E adesso ti parrà il momento buono, adesso che mi hai lasciato correre al disastro contro i Romani! Crederai di trovarmi pronto ad ascoltarti come un oracolo!

Annibale fissava incredulo e aggrondato il Re che si sporgeva attraverso il tavolo e sibilava astiosamente. Se una sola sconfitta aveva inasprito Antioco il Grande in questo vecchio rancoroso, che cosa doveva avere fatto il destino di Annibale Barca? Anche lui si era macerato in un’ombra patetica e grottesca di sé stesso?

-Non è quello che hai voluto fin dapprincipio, Generale? –insisteva il Re.- Fare di me lo strumento della tua vendetta? Mi hai fatto credere che fosse Roma e invece era Cartagine?

– No, –rispose Annibale, la voce appena venata di commiserazione. Antioco, nel suo dispetto, credette ad un’innocenza recitata.

– No? –canzonò- Non faresti mai nulla del genere, vero? Oh, non tu! E dimmi: per riguardo a me o a Cartagine?

Annibale sospirò, meravigliandosi di sentire una sorta di pena per quell’uomo fatto meschino dalla delusione.

– Che tu lo creda o no, Signore, -rispose in un moto d’indulgenza sprezzante,- per riguardo ad entrambi.

Il Re si lasciò cadere nel sedile presso la finestra e diede in una risata senza allegria.

– Non so se crederti, Generale, –replicò.- Al tuo posto anch’io eviterei di offendere l’uomo che mi dà asilo, ma non userei tante delicatezze a Cartagine. 

Lo sguardo di Annibale si rabbuiò e il generale, che non compativa Antioco abbastanza per accettarne di buon grado un’offesa, gettò indietro il capo in un gesto altero.

– Ti sorprenderà sapere, allora, -scandì- che i miei riguardi vanno a Cartagine prima che a te.

 

Somnium Hannibalis è disponibile nelle migliori librerie, presso Robin Edizioni o su Unilibro

Annunci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: